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Quello che manca







Pensavo....nella mia vita precedente, prima di fare o tentare di fare il commerciante, mi hanno inculcato che massima attenzione doveva porsi non tanto alle cose che ci sono ma quelle che non ci sono e che dovrebbero esserci. Le cose che ci sono si possono misurare e analizzare anche a distanza di anni ( Garlasco docet) ma quella che dovrebbero esserci e non ci sono o si notano subito o sono perse per sempre. Passando volutamente per via Manetti è evidente che manca la panchina. Per carità la scelta di toglierla per motivi di ordine pubblico segue la stesa logica del marito esasperato che si evira per far dispetto alla moglie. Una logica sensata quella che ossequia il principio di causa-effetto (caro a Galileo), per quel marito, sarebbe semplicemente quella di divorziare, eliminando la causa della sua esasperazione, agire sull’effetto non è né produttiva né risolutiva. Girellando per il centro (ma le avvisaglie c’erano già state in piazza Galeazzi) gli strumenti per appoggiare le terga ci sono ma non sono panchine. O meglio sono panchine a cui manca qualcosa: lo schienale, quindi sono panche, come quelle della sagra della salsiccia. Ho immaginato il povero Peynet che prova a rendere il suo romanticismo su una panchina senza schienale, il povero Forrest Gunp che racconta la sua storia senza poter appoggiare la schiena. Giusto Gabriele D’Annunzio, a Trieste, ne fa a meno ma s’appoggia su una pila di libri. 

Poi mi è balenato un dubbio, e non da poco. Ma dove diavolo la rivettano la targa di dedica della panchina se tutte ma proprio tutte ce l’hanno sullo schienale?

Sarà la modernità. Sarà che in piazza Dante occupano scranni non da poco soggetti che ostentano il cosiddetto “samurai knot” (丁髷 ) ovvero il codino (di capelli) raccolto dietro la nuca. Segno distintivo della casta dei samurai, simbolo di nobiltà, disciplina e appartenenza all'élite guerriera.

Torniamo alla panchina, che non è il diminutivo di panca o meglio ,deriva sempre dal longobardo “panka” ma nell’accezione dell’uomo della strada ( che vorrebbe riposarsi, aspettare il tram, studiare o semplicemente giocherellare col telefonino) la panca è quella del parlatorio del carcere la panchina è quella del parco pubblico ( o dello stadio , dipende se uno lo fanno giocare o meno) , la panca è quella all’ingresso di casa per togliersi le scarpe , la panchina ( della desolazione ) è quella di Henry James. Sono due cose differenti

Si sa, tutti hanno da criticare soprattutto se i geni incompresi muniti di 丁髷 portano innovazione e di conseguenza minimalismo à la page. Ma, vista la ormai consolidata la propensione di questa amministrazione comunale all’oriente reinterpretato fuoriluogo mi aspetto che a breve sia ufficiale non solo la sostituzione delle porte scorrevoli al posto di quelle ad anta, non solo la sostituzione di scrivanie con tatami con obbligo di lasciare le scarpe in portineria, tremo però, al pensiero di vedermi mangiare l’acquacotta con le bacchette o la polenta col capriolo con le mani , come si faceva sino all’innovazione portata da Maria Argyropoulaina: la prima a imporre la forchetta a tavola nel lontano 1003 ( d.c.).
Cosa direbbero i classici latini, i saggi, quelli che avevano ben presente l’enorme differenza tra limitrofo e disastroso? Come definirebbero questa “ reinterpretazione creativa” sia dello spazio, sia del tempo ed infine della essenza stessa delle cose? Catullo, in verità, qualcosina l’ha detto sul tema ( carme 105-115) liquidando questi ragionamenti così “Omnia magna haec sunt, tamen ipsest maximus ultro, non homo, sed vero mentula magna minax”. La traduzione? Non importa …a noi è rimasta bene impressa la sintesi popolare : ad mentula canis. Che significa? A sporgenza atta a mingere del più fedele amico dell’uomo: il cane.  Quell’essere meraviglioso con la coda di peli e non di paglia. 



Giandomenico Torella 

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