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Dal tappeto rosso allo chiffon rouge

 




                                                           Siamo in piena campagna elettorale, e come da copione tutti – partiti, candidati, sostenitori e comparse varie – si accalcano per urlare la propria verità più forte degli altri. I contenuti? Dettagli secondari. Oggi contano i like, i secondi in TV e la dose di drama (non dramma, drama all’inglese, che fa più figo). Altro che Roma antica, quando bastava indossare la toga candida e gironzolare per il Foro a cercare consensi. Oggi serve il pathos, la teatralità, la sparata più grossa.

E qui ci sovvengono le parole di quando c'era LUI ( Oscar Wilde , mica il duce) "che se ne parli bene o male l'importante è che se ne parli"

Ed eccoli, i nostri aspiranti semidei, sperticarsi a stendere tappeti rossi ovunque: nel corso, nei bar, perfino nelle aule consiliari. Quel rosso, un tempo riservato alle divinità greche o agli uomini potenti, oggi segna l’ingresso dei politici nei loro templi di vanità. I commercianti veri almeno lo usano a Natale, per accogliere i clienti con rispetto sincero. Ma in campagna elettorale , su quel tappeto e grazie a quel tappeto, può dire e fare qualsicosa, godendo di una impunita pressoché totale più sentita e profonda della “ tana” di quando si giocava a nascondino.

Ed è qui che entra in scena lo chiffon rouge — letteralmente, lo straccio rosso. In inglese lo chiamano red herring: l’arringa rossa che i cacciatori inglesi trascinavano per depistare i cani durante l’addestramento alla caccia alla volpe. Una falsa traccia. Ecco: lo chiffon rouge politico è esattamente questo: un diversivo, un trucchetto retorico vecchio come il cucco. Quando non si ha nulla di serio da dire, si cambia argomento, si attacca la persona invece dell’idea, si spara una polemica a effetto per sviare l’attenzione. L’argomentazione ad hominem è il tappeto rosso della propaganda: vistosa, ma serve solo a nascondere le buche sotto.

Prendiamo un esempio concreto. A Grosseto è arrivato un Ministro della Repubblica , quello con la delega al PNNR, mica uno qualunque. Le cronache raccontano che ha tagliato un nastro in una nuova mensa scolastica: rito liturgico immancabile, perché un ministro senza nastro è come una sposa senza bouquet. Una volta, quel fascistone di Giovannino Guareschi , imponeva a Peppone Bottazzi di chiamare il Don Camillo, parroco e pertanto reazionario a benedire l’opera, ma oggi niente: zero pathos , zero drama : zero acquasanta.

Poi il Ministro si è spostato al cantiere del Cassero. Ha detto che si sta pensando a un ascensore per i meno deambulanti. Pensando? Un fulmine nella mente di ogni grossetano ancora vivente doveva passare per le meningi e produrre la domanda :ma non era previsto sin dall’inizio?

Ma siamo in campagna elettorale e c'è l'immunità e l'impunità alla contraddizione evidente. Dopo qualche elogio alla “efficienza maremmana”, le pacche di rito alla giunta (di destra, quindi brava per statuto), mancavano solo lo champagne e i fuochi d’artificio , conclusione dell'assessore e...domande? Tempo 6 secondi....allora tutti a casaaaaa. Che pur volendo farla una domanda ha fatto prima lui a sciogliere l'assemblea che io ad alzare la manina ( educatamente, come mi ha insegnato la mia maestra)

Durata complessiva del discorso: 25 minuti, di cui 40 secondi scarsi dedicati a contenuti reali. Il resto? Tutto chiffon rouge. Il ministro, come un torero, ha agitato il drappo rosso davanti al pubblico per provocare reazioni, distrarre, infiammare. Perché si sa: il rosso, in politica, è sempre il colore del nemico. I “rossi” sono i cattivi, gli sporchi, quelli che “mangiano i bambini” – insomma, i soliti mostri da agitare sotto il naso dell’elettorato per cementare l’identità del “noi contro loro”.

Ma attenzione: il rosso vale a seconda di chi lo usa. Se è il colore del tappeto che si calpesta per la passerella, va benissimo. Se è quello del drappo che agiti davanti al toro, allora diventa simbolo di ignominia. D'altronde, anche “loro”, i rossi, hanno il loro drappo nero da sventolare contro gli onnipresenti ,onniviventi e sempre fetenti fascisti , che poi vorrei sapere se sono io cieco perché loro li vedono dappertutto . Tutti, in fondo, agitano qualcosa per sviare, per spostare il discorso dal concreto al teatrale. E se non bastasse lo chiffon rouge c'è sempre la tattica di denigrare l'avversario a prescindere , se sei di destra, dando del comunista e se sei di sinistra dando del fascista , risultato che l'altro non ha titolo per parlare....e l'uomo vive.

E il concreto, in questa storia, dov'è ? Non una parola – ma proprio nessuna – sul cantiere di piazza della Palma, che il ministro deve per forza aver visto passando. Nessun cenno alla reale situazione dei lavori PNNR in città. L’unico numero pronunciato: 2026. L’anno in cui, forse, tutto sarà finito.

Ma quando si apre un cantiere o come si gestisce o da quando è stato aperto , quello sembra contare poco. L'importante è la ennesima rata del PNNR in arrivo da Bruxelles , su quella non si devono avere tentennamenti : deve arrivare.

Eppure i numeri – quelli veri – parlano chiaro:

  • Opere PNNR in corso di realizzazione: 56% (dato nazionale).

  • Opere consegnate a Grosseto : 1

  • Ritardo del cantiere di piazza della Palma: 251 giorni, in crescita costante, giorno per giorno

Motivo e chi lo sa?

E allora sì, agiti pure il suo drappo, signor Ministro, signori candidati, signori assessori a vario titolo e pure quello giusto . Mentre gli altri inseguono la scia dell’arringa rossa, gli omini piccoli come me, dotati di soli tre neuroni ma funzionanti a dovere preferiscono guardare al manico, a chi lo impugna, e al perché lo fa.

Perché la puzza di pesce marcio si sente da lontano, e non tutti, per fortuna, la scambiano per traccia di volpe.

Io, per certo, no.

(Giandomenico Torella)

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