È una perversione tutta millennial: appena svegli, impugnare i social assieme alla tazzina di caffè (con contorno di TG più o meno 24 in sottofondo), tanto per avere qualcosa da sbandierare al bar brandendo un cornetto.Pur concordando con Oscar Wilde che le cose piacevoli o fanno male o sono proibite, è da un pezzo che ciò che si vede e si sente — e non solo in questo piccolo brufolino del mondo dove viviamo — non è piacevole, fa male, ma soprattutto è perfettamente legale.
A che riguardo? Parliamo di politica, per esempio.Sgombriamo il campo dalla posizione degli arti: destra e sinistra ormai distinguono solo da che parte si guida in Italia o in Giappone. Per il resto hanno perso qualsiasi connotazione. Tuttavia, essendo attaccate allo stesso corpo (non me ne voglia chi vorrebbe declinarlo al femminile: “corpa” non si può sentire), qualcosa in comune ce l’hanno. Mettiamoci pure il centro, il sopra e il sotto, sempre al maschile — la “centra”, la “sopra” e la “sotta” non funzionano.
Ciò che li accomuna è la costruzione sistematica del racconto, o meglio dell’interpretazione dei fatti, in modo fantasioso, epico e meravigliosamente aderente al proprio pensiero o ai propri desideri, dove il personaggio di turno ne esce sempre da eroe.
“Maladaptive Daydreaming” o disturbo da fantasia compulsiva, così lo chiamano gli specialisti. Quelli meno bravi si limitano al disturbo narcisistico di personalità, magari con tratti della sindrome di Hubris, che non guasta.Sia chiaro: per fare il sindaco — ma anche l’assessore, il cantante o il ministro di culto — l’Io deve essere robusto. Bisogna saper parlare, convincere che la propria idea è migliore di quella altrui e, soprattutto, padroneggiare la comunicazione.
E qui sta il punto: si comunica qualcosa solo se qualcosa c’è. Si convince solo se esiste un argomento. Cosa resta? La comunicazione stessa.Si può comunicare il nulla? Certo che sì. Alcuni comici ne sono maestri. Dario Fo, ad esempio, riprese un escamotage dei guitti medievali (escludendo il buon Nembroth del 31° canto dell’Inferno) che, per farsi capire da chi pagava e quindi garantiva la loro sopravvivenza, si inventarono un linguaggio fatto di suoni, parole miste e vocalizzi inventati. Eppure comunicavano, divertivano e mangiavano.
Quel linguaggio si chiama grammelot.E lo sentiamo ogni giorno, con la tazzina di caffè in mano e lo sconforto della mancanza di sostanza e di costrutto (come direbbero gli amanti di Dante). Il “costrutto” che esce dalle labbra — o dalle tastiere, che è lo stesso — dei nostri democraticamente eletti è esclusivamente bipolare.
Buoni e cattivi, scritti sulla lavagna dal capoaula perché manca la maestra.Ovviamente nessuno è tanto stolto da mettersi tra i cattivi. Per mantenere il potere e non dover argomentare sul costrutto, basta inventarsi un “cattivo di giornata” — fresco, s’intende, sennò non vale — e invocare la giustizia sommaria popolare: l’equivalente 2.0 del “dagli all’untore” di manzoniana memoria.
E così la narrazione prosegue, gonfiata di moralismo a intermittenza e indignazione prêt-à-porter. Un giorno si difende la libertà d’espressione, il giorno dopo si invoca la censura. Si cambia bandiera con la stessa disinvoltura con cui si cambia filtro su Instagram.
Intanto la gente continua a scorrere, commentare, indignarsi, applaudire, dimenticare. Tutto in meno di trenta secondi.Forse, più che distrarre le menti per vivere felici, ci stiamo solo abituando alla distrazione come forma di sopravvivenza.E alla fine, tra un post e un cornetto, ci convinciamo pure di esserlo davvero, felici.
Giandomenico Torella
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